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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 4 hours 34 min ago

Pax Christi: don Renato Sacco confermato coordinatore per i prossimi 4 anni. Giuliana Mastropasqua nuova vicepresidente

Mon, 2017-06-19 12:12

Don Renato Sacco sarà il coordinatore nazionale di Pax Christi Italia anche per il prossimo quadriennio. La conferma dell’incarico è avvenuta nel corso dell’incontro del nuovo consiglio nazionale dell’associazione, presieduto da mons. Giovanni Ricchiuti, svoltosi nel fine settimana a Gravina di Puglia. Nella stessa occasione Giuliana Mastropasqua e Luciano Ghirardello sono stati nominati rispettivamente vicepresidente e tesoriere. Il consiglio nazionale si è riunito – si legge in una nota – “in un momento denso di eventi: la visita del Papa a Barbiana e Bozzolo, la discussione in parlamento della legge sullo ‘ius soli’, la discussione all’Onu sul bando totale delle armi nucleari, l’evoluzione della difesa italiana in un complesso militare/industriale in cui la produzione e vendita di armi hanno un posto centrale”. “Come don Milani è stato dalla parte degli ultimi – prosegue la nota del consiglio nazionale – così esprimiamo oggi la necessità di percorrere strade di inclusione, integrazione e cittadinanza attiva, attraverso il riconoscimento dello ‘ius soli’”. Inoltre, “il ripudio della guerra di don Primo Mazzolari, oggi ci esorta a chiedere al governo italiano di rispettare la legge 185/90 bloccando l’invio di armi italiane in Arabia Saudita e di mettere al bando le armi nucleari, partecipando alla seconda sessione di negoziati in corso alle Nazioni Unite dal 15 giugno al 7 luglio” dove “anche Pax Christi International, insieme ad altri rappresentanti della società civile, è presente per cancellare dalla storia queste terribili ed inaccettabili armi”. Per “fare memoria di don Lorenzo Milani a 50 anni dalla sua morte” è in programma per domenica 17 settembre la celebrazione eucaristica a Barbiana.

Attentato a Bogotá: Morsolin (attivista diritti umani), “gesto gravissimo, rendiamo omaggio alla giovane Julie”

Mon, 2017-06-19 11:35

“Si tratta di un attentato gravissimo. Questi sono i nemici della pace che vogliono imporre il terrore. Faccio notare che fin da subito il presidente Santos ha escluso che gli autori siano le Farc o l’Eln”. Lo dice da Bogotá Cristiano Morsolin, cooperatore, attivista sociale e ricercatore. “Voglio ricordare l’impegno per la pace di Julie. Aveva soli 23 anni, aveva trascorso un periodo di sei mesi nella capitale come volontaria. Il Comparte, dove operava, è un centro comunitario che ha l’obiettivo di sviluppare e promuovere progetti di partecipazione con forte impatto sociale – spiega – rivolti alla popolazione costretta ad abbandonare la propria abitazione per la violenza, e agli ex guerriglieri desmovilizados. Il centro si trova nel quartiere Santa Rosa de San Cristóbal, nella zona meridionale della città”.

Attacco moschea di Londra: Newman (vescovo anglicano), “colpire una comunità di fede è colpire tutti noi”

Mon, 2017-06-19 11:31

“Un attacco a qualsiasi fede è un attacco a tutti noi”. Così il vescovo anglicano di Stepney (distretto di Londra), reverendo Adrian Newman: “Come Chiesa, siamo con la moschea di Finsbury Park, sulla scia delle notizie di questa mattina”. Il vescovo ricorda anche come questo attacco avviene proprio quando, nel fine settimana e presso il centro islamico colpito, si è fatta memoria di Jo Cox, la deputata britannica  barbaramente uccisa da un estremista filo-nazista. “Offriremo le nostre chiese per aiutare i nostri amici della moschea in qualsiasi modo possiamo. Non ci faremo intimidire da coloro che cercano di terrorizzare le nostre comunità”.

Attacco moschea di Londra: comunità islamica colpita, “abbiamo lavorato duramente per costruire una comunità pacifica e tollerante”

Mon, 2017-06-19 11:22

L’attacco questa notte a Londra contro la comunità musulmana è avvenuto fuori alla Muslim Welfare House. Testimoni e video raccolti subito dopo l’incidente raccontano di un uomo bianco che a bordo di un furgone si è intenzionalmente scaraventato contro un gruppo di fedeli. “Scioccato” da quanto avvenuto, Toufik Kacimi del centro islamico colpito questa notte, invita tutti alla calma e a non fare speculazioni sull’evento. “Abbiamo lavorato duramente e per decenni per costruire una comunità pacifica e tollerante qui a Finsbury Park e condanniamo con fermezza ogni atto di odio che cerca di isolare la nostra meravigliosa comunità”. I responsabili della moschea hanno incontrato il deputato Jeremy Corbyn al quale hanno assicurato che la moschea e il centro di assistenza “forniscono un sostegno vitale a molte persone del nord di Londra e continueremo a farlo, nonostante questo incidente”. Nel comunicato si ricorda anche che solo alcuni giorni fa, il centro islamico ha ospitato un incontro in memoria della deputata Jo Cox, barbaramente uccisa da un estremista filo-nazista, a cui hanno partecipato persone di ogni fede e cultura.

La moschea infine ringrazia l’imam Mohammed Mahmoud, “il cui coraggio ha contribuito a calmare la situazione immediatamente dopo l’incidente, impedendo ulteriori lesioni e potenziali perdite di vita”. Sull’accaduto, è intervenuto questa mattina anche il Muslim Council of Britain, il Consiglio di imam britannici che subito dopo l’attacco al London Bridge aveva pubblicato un comunicato di condanna, piena collaborazione con le forze dell’ordine e astensione alle preghiere funebri per i terroristi. “Nelle ultime settimane e mesi – denuncia oggi il segretario generale Harun Khan – i musulmani sono stati vittime di molti incidenti di islamofobia e questo è l’ultimo e il più violento degli attacchi. Visto che ci stiamo avvicinando alla fine del mese del Ramadan e alla celebrazione dell’Eid per la quale molti musulmani andranno nelle loro moschee, chiediamo alle autorità di aumentare la sicurezza fuori delle moschee”.

Attacco moschea di Londra: arcivescovo Welby, “un crimine contro Dio e contro l’umanità”

Mon, 2017-06-19 11:06

Parole durissime di condanna quelle pronunciate dall’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, capo della Chiesa anglicana di Inghilterra, dopo che nella notte un uomo si è lanciato con un furgone contro un gruppo di fedeli davanti alla Muslim Welfare House nel Nord di Londra, uccidendo una persona e ferendone altre. In un comunicato diffuso questa mattina, Welby scrive: “La libertà di culto senza paura è un diritto di cui abbiamo cura come nazione e che abbiamo conquistato con grandi costi umani dopo molti anni. Lo spaventoso attacco ai musulmani di Finsbury Park è un attacco a tutti noi e alla cultura e ai valori del nostro Paese. In un tempo in cui tutti stiamo piangendo la perdita di preziose vite umane a Londra e Manchester, questo attacco brutale non può che aggravare il trauma. La volenza genera solo più violenza e serve solo agli interessi di chi vorrebbe terrorizzare gli altri. Questa sfrenata e crudele azione non produce alcun bene e non può in alcun modo essere giustificata o scusata. Esattamente come abbiamo detto nei precedenti attacchi, è un crimine contro Dio e contro l’umanità”.

In un tweet, l’arcivescovo Welby ha poi espresso solidarietà alle vittime: “L’attacco alla moschea a Finsbury Park è aberrante. Esprimiamo solidarietà ai nostri amici musulmani e preghiamo per i familiari dei defunti e per quanti sono stati feriti”.

The attack at #FinsburyPark mosque is abhorrent. We stand in solidarity with our Muslim friends and pray for the bereaved and injured.

— Justin Welby ن (@JustinWelby) June 19, 2017

Giornata mondiale del rifugiato: Mineo (Ceis), “facciamo comunità insieme con loro”

Mon, 2017-06-19 11:04

“I migranti e i rifugiati da noi non vengono assistiti, ma facciamo comunità insieme con loro. Essi, infatti, sono coinvolti in prima persona nella gestione e cura dei luoghi dove vivono, nelle attività sportive e culturali”. Lo afferma Roberto Mineo, presidente del Centro italiano di solidarietà (Ceis) “don Mario Picchi” di Roma, alla vigilia della Giornata mondiale del rifugiato. Sarà “Roma Città Aperta 20 giugno 2017” è il titolo della manifestazione che si terrà domani, martedì 20 giugno dalle 17, nella sede di via Appia Nuova 1251, nel quartiere Capannelle, adiacente all’omonimo ippodromo. Il Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati del Ceis “don Picchi” accoglie attualmente venti uomini. Oltre che impegnati nell’“iter previsto per ottenere lo status di rifugiato e nello studio della lingua italiana”, spiega Mineo, “al Ceis i migranti sono all’interno di un sistema integrato, partecipando a tutte le attività complementari del centro: dalla cura dell’orto alla ristrutturazione delle fontane che si trovano all’interno del complesso che li ospita”. “Attività, quest’ultima, realizzata in collaborazione con gli studenti del liceo artistico statale ‘Giulio Carlo Argan’ di Roma”, aggiunge il presidente, per il quale si tratta di “una testimonianza concreta dell’alternanza scuola/lavoro che i migranti ospiti del Ceis sono chiamati a vivere e di cui da noi fanno quotidianamente esperienza”.

Corruzione: mons. Pennisi (Monreale), “scomunica ai mafiosi è una pena medicinale per un possibile ravvedimento”

Mon, 2017-06-19 10:45

“Negli ultimi decenni è maturata nella Chiesa una chiara, esplicita e ferma convinzione dell’incompatibilità dell’appartenenza mafiosa con la professione di fede cristiana”. È quanto ha affermato l’arcivescovo di Monreale, monsignor Michele Pennisi, intervenendo il 15 giugno scorso in Vaticano al primo “Dibattito internazionale sulla corruzione”. Rilevando che “una particolare forma di corruzione che ha rapporto con l’economia e la politica viene esercitata dalle varie mafie”, nel suo intervento, ricevuto oggi dal Sir, l’arcivescovo che nei mesi scorsi aveva espresso disappunto per la vicenda del figlio di Riina, tornato a Corleone per fare da padrino al battesimo della nipote, afferma che “è compito della Chiesa sia aiutare a prendere consapevolezza che tutti, anche i cristiani, alimentiamo l’humus dove alligna e facilmente cresce la mafia, sia indurre al superamento dell’attuale situazione attraverso la conversione al Vangelo, capace di creare una cultura antimafia fondata sulla consapevolezza che il bene comune è frutto dell’apporto responsabile di tutti e di ciascuno”. “La Chiesa – ha aggiunto – in forza della sua stessa missione, rivolge ai mafiosi l’appello alla conversione” che “non può essere ridotta a fatto intimistico ma ha sempre una proiezione pubblica ed esige comunque la riparazione”. Per Pennisi, “l’eventuale legge penale universale” che prevede la scomunica, “dovrebbe contenere una configurazione del delitto canonico di mafia la più ampia possibile, perché il fenomeno assume oggi contorni globali”. “La scomunica comminata è una pena medicinale, è un monito in vista di un possibile ravvedimento”, ha osservato ancora l’arcivescovo.

Giornata mondiale del rifugiato: Croce Rossa di Roma festeggia al Gianicolo, “nessun essere umano è illegale”

Mon, 2017-06-19 10:22

La Croce Rossa di Roma (Cri) celebrerà, domani, 20 giugno (ore 12) al Gianicolo la Giornata mondiale del rifugiato con circa 40 persone migranti tra ospiti del Presidio Umanitario di via del Frantoio e dell’Hub di via Ramazzini. “Nessun essere umano è illegale” il messaggio dei migranti e volontari Cri scritto sulle magliette che indosseranno. “Questa iniziativa vuole essere un messaggio per quella Roma che sa accogliere, nella sua stragrande maggioranza, persone che fuggono da crisi umanitarie” dice Debora Diodati, presidente della Croce Rossa di Roma: “Occorre saper andare oltre gli slogan per saper affrontare il fenomeno migratorio, mi sembra questo il miglior proposito per la Giornata mondiale del rifugiato”.

Tunisia: arcivescovo Antoniazzi, “c’è un cimitero più grande del Mediterraneo, è il Sahara”

Mon, 2017-06-19 10:05

“Il Mediterraneo è un grande cimitero. Ma ce n’è uno più grande ancora: si chiama Sahara”. Lo dice in una intervista al Sir monsignor Ilario Antoniazzi, arcivescovo di Tunisi. La Chiesa tunisina è uno dei pochi avamposti che aiutano i migranti sub-sahariani, di passaggio verso la Libia prima di imbarcarsi per la pericolosa traversata del Mediterraneo. “Se parte un barcone prima o poi si viene a sapere – osserva -. Ma tra tutti quelli che sono arrivati in Tunisia non sappiamo quanti sono morti di sete nel deserto, violentati e abbandonati. Sentire i loro racconti è terribile”.  Oggi in Tunisia “non ci sono più le partenze verso Lampedusa come una volta” perché  i controlli più severi. “I migranti arrivano da noi – racconta -, i trafficanti li accompagnano verso la frontiera con la Libia, lì trovano un’automobile che li porta fino al mare e aspettano la prima occasione – dopo uno o due mesi – per partire per l’Europa”. Però, rivela, “ci sono tanti piccoli porti al nord della Tunisia, in quelle cittadine i migranti lavorano per fare i soldi sufficienti per partire. Lì ogni tanto qualcuno parte ma non sappiamo se riescono ad arrivare. Ogni tanto la polizia ci chiama per dirci che ci sono morti annegati da seppellire”.

“Partono con l’idea che l’Europa sia il paradiso ma non possono più rientrare nel loro Paese – prosegue -. Anche se vedono i compagni morire annegati vogliono partire lo stesso. Non hanno il coraggio di tornare a casa dicendo ‘Ho avuto paura’. E’ un disonore. Per pagarsi il viaggio saltano fuori delle grosse somme che li costringono a vendere i campi e a volte perfino la casa. Se riflettessero un po’ di più capirebbero che nel loro Paese con la stessa somma farebbero un progetto”. Intanto, nell’ex campo profughi di Choucha, al confine con la Libia, abbandonate nel nulla ci sono ancora “circa 200 persone, soprattutto libici fedeli all’ex regime di Gheddafi e qualche africano sub-sahariano – riferisce -. Piuttosto che attraversare il deserto e tornare indietro rimangono lì, nella speranza che i tempi possano cambiare. Tra i pochissimi che possono andare ci sono i nostri sacerdoti della Caritas. Portano aiuti, cibo, vestiti. La polizia fa finta di non vederci”.

 

 

Tunisia: arcivescovo Antoniazzi, “il Paese che ha dato più combattenti all’Isis. Il futuro fa paura”

Mon, 2017-06-19 10:03

“La Tunisia è il più piccolo Paese del Nord Africa che ha dato più combattenti al Daesh/Isis: circa 6-7000. Prima o poi torneranno a casa. E’ gente abituata alla guerriglia e alla guerra. Parecchie cellule sono già rientrate. La polizia dice che li sta controllando ma fino a quando? Il futuro fa più paura del presente”. A parlare in un’intervista al Sir è mons. Ilario Antoniazzi, arcivescovo di Tunisi. “Dicono che in Tunisia c’è il terrorismo ma ricordiamo che l’ultimo attentato è accaduto due anni fa, mentre in Europa è successo da poco – afferma -. Come Chiesa non abbiamo nessun problema. Non siamo mai stati minacciati, io posso andare dove voglio, non ho scorta. Ora non ci lamentiamo ma non possiamo dire di aver risolto tutti i problemi”. In più, prosegue, “di fronte alla domanda se i terroristi tunisini devono rientrare o meno, la popolazione è divisa. Molti dicono: ‘Sono nostri figli, devono rientrare, siano messi in prigione’. Ma bisognerebbe costruire altrettante prigioni. Altri dicono ‘perché riportarli a casa, per avere problemi?’ E chi li tiene? Questo fa paura. Non so come si possa risolvere questo problema, perché hanno tutti passaporto tunisino e diritto a rientrare nel Paese”. “Ma è inutile pensarci e stare male – osserva -. Quando mi chiedono com’è la situazione in Tunisia guardo l’orologio e dico: sono le 2. 45. Fino ad ora va bene, ma non so cosa succederà alle 3. Si vive in pace ma non con la serenità del futuro”.

Ius soli: Bova (Forum sociosanitario), “l’approvazione della legge atto di civiltà”

Mon, 2017-06-19 09:47

“Si tratta di una legge che concede, se va in porto, a circa 800.000 bambini, nati in Italia da genitori stranieri o giunti in Italia da piccoli, la cittadinanza italiana, rispettando le giuste limitazioni, poste nella proposta di legge dello ius temperato”. Lo sottolinea al Sir Aldo Bova, presidente nazionale del Forum sociosanitario cristiano, esprimendo “un giudizio positivo” in merito allo “Ius soli”, approvato alla Camera alla fine del 2015 e ora all’attenzione del Senato. “A mio avviso – prosegue – l’approvazione di tale legge di cittadinanza è un atto di civiltà che concretizza il criterio di integrazione delle persone che giungono in Italia per esigenze di lavoro, di tranquillità, di giustizia e di pace”.
Per Bova, “fermo restando i criteri di diritti e di doveri che vanno rispettati da tutti, da coloro che sono italiani da sempre e per storia familiare e da coloro che divengono italiani in questa epoca storica di migrazioni, il riconoscere la cittadinanza italiana a ragazzi che parlano in italiano, fra l’altro con accenti regionali, che studiano in Italia, che articolano il pensiero in italiano, che frequentano ambienti italiani sociali, sportivi, sanitari, formativi, ambientali in genere, è un dovere, costituisce un atto di civiltà e, certamente, contribuisce a generare più inclusione e partecipazione nelle nostre città”.

Attentato a Bogotá: mons. Castro Quiroga (presidente vescovi), “colpi di coda dei nemici della pace”

Mon, 2017-06-19 09:30

“È un atto che va contro la pace, un atto che va contro tutte le forze che si stanno sforzando di superare la storia del nostro paese. Questi sono i colpi di coda dei nemici della pace, di coloro che vogliono che in qualche modo si continui a vivere nella guerra”. Questo il commento del presidente della Conferenza episcopale colombiana, mons. Luis Augusto Castro Quiroga, arcivescovo di Tunja, dopo l’attentato che nella serata di sabato ha causato tre vittime e nove feriti nel centro commerciale Andino di Bogotá. Un fatto che ha rigettato il Paese nella paura, proprio alla vigilia della conclusione del processo di consegna delle armi da parte degli ex guerriglieri Farc. Tra le vittima anche una giovane cooperante francese, Julie Huynh, da sei mesi a Bogotà come volontaria in una scuola di un quartiere povero. La giovane si trovava nel centro commerciale, situato nel quartiere di Chapinero, una delle zone più ricche e sicure della capitale colombiana.
Ha detto mons. Castro, intervistato dall’emittente radiofonica cattolica Blu Radio: “Voglio solidarizzare con le vittime e con le famiglie. Prego per loro e prego perché il Paese rifletta su questo fatto. Invito tutti i colombiani a lavorare fortemente per la riconciliazione e perché esista la capacità di perdonare, con l’obiettivo di costruire una patria di fratelli che si amano e non di lupi che si sbranano”.
Ha aggiunto il presidente dei vescovi: “È precipitoso dare subito la colpa all’uno o all’altro per quanto accaduto. È necessario che le autorità competenti indaghino, perché si sappia chi sta dietro a tutto questo”. Soprattutto, “bisogna andare avanti per costruire una Colombia che vive in pace”. I sospetti si sono inizialmente concentrati sull’Esercito di liberazione nazionale, l’altra organizzazione della guerriglia che sta sostenendo i negoziati per la pace a Quito. Ma l’organizzazione ha nettamente respinto questa ipotesi.
L’episcopato colombiano, pur non avendo ancora diramato una nota ufficiale, attraverso i propri profili Facebook e Twitter, ha espresso “solidarietà e consolazione” alle persone e alle famiglie coinvolte.

Canicattì: omicidio Marco Vinci. Card. Montenegro, “la violenza offende Dio e gli uomini”

Mon, 2017-06-19 09:28

“Sono vicino e prego con voi e per la vostra città. Abbiamo bisogno di affidarci davvero a Dio. Quando Lui manca il brutto prende il sopravvento. La violenza offende Dio e gli uomini”. Sono le parole che il card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, ha consegnato al vicario foraneo della città di Canicattì, don Giuseppe Argento, dopo avere appreso ieri dell’omicidio del giovane Marco Vinci, in piazza Dante a Canicattì, accoltellato per aver difeso un’amica. Il clero della città, tramite il vicario foraneo, don Argento, ha condannato l’omicidio del giovane. “Ancora una volta – ha detto il vicario foraneo – le strade di Canicatti sono macchiate di sangue. Siamo profondamente amareggiati di questa barbarie così profondamente inumana. Non è concepibile che un fratello alzi la mano contro un altro fratello. Si ripete ancora la storia di Caino e Abele. Siamo profondamente colpiti e dispiaciuti che un ragazzo così giovane abbia perduto la vita. Condanniamo questo delitto. Nessuno può alzare la mano contro un altro fratello”. Il clero di Canicattì ha inoltre invitato i fedeli in occasione della Solennità del Corpus Domini a unirsi nella preghiera per Marco. “La processione di oggi (domenica 18 giugno) – ha detto ancora don Giuseppe Argento – sarà una processione penitenziale perché il Signore liberi la nostra città e le nostre famiglie dal male. Che il Signore intenerisca il cuore dei giovani e che possano tornare a lui; lontani da Dio non c’è serenità, non c’è pace”.

+++ Papa Francesco: oggi incontra 30 rifugiati accolti dalla diocesi di Roma +++

Mon, 2017-06-19 09:17

“L’abbraccio a trenta rifugiati. Così, di fatto, il Papa aprirà questa sera il convegno 2017 della diocesi di Roma, nel complesso del Laterano, a pochi passi dalla basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma. Poco prima di rivolgere il suo discorso di apertura del Convegno (sul tema dell’educazione degli adolescenti) agli oltre duemila partecipanti riuniti in cattedrale, Francesco incontrerà trenta rifugiati accolti dalle parrocchie di Roma, alla vigilia della Giornata mondiale del rifugiato”. A darne notizia è il settimanale diocesano di Roma, “Roma Sette”, spiegando che il Papa “in persona si farà messaggio di accoglienza”, per “mostrare concretamente il suo affetto a chi ha vissuto drammi che segnano a volte in maniera indelebile la propria vita”. Oggi, attorno alle 18.30, prosegue il settimanale, “il Papa sarà davanti a quei volti. Perché la Chiesa di Roma abbia a cuore innanzitutto i poveri. Un invito che hanno ben compreso le 38 tra parrocchie e istituti religiosi che hanno dato ospitalità finora a 121 persone, 57 in prima accoglienza e 64 in seconda accoglienza, a partire dall’appello rivolto da Francesco durante l’Angelus del 6 settembre 2015. Quel vibrante appello ha lasciato il segno: oltre 135 telefonate, il coinvolgimento di 20 famiglie, e i numeri indicati prima che dicono nei fatti una solidarietà incarnata”. Ed è proprio questa solidarietà, conclude “Roma Sette”, che “oggi si concretizzerà davanti al Papa”.

Papa Francesco: Melloni, “nella sua azione c’è autenticità evangelica, non è semplicemente tattico riformismo”

Mon, 2017-06-19 09:15

“Il nostro Paese si è talmente disabituato al cristianesimo vissuto che quando il Papa si dimostra come un cristiano gli si cerca un altro nome perché non viene in mente a nessuno di chiamarlo cristiano”. Lo ha affermato ieri a Bologna lo storico Alberto Melloni, intervenendo al dialogo con il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, nell’ambito de “La Repubblica delle idee”. Il riferimento di Melloni va alle tante “etichette” associate a Papa Francesco, da quella di “rivoluzionario” a quella di “riformatore”. “Le riforme cristiane sono la scoperta di una fecondità del Vangelo che attraversa i tempi”, ha ricordato, rilevando “l’autenticità evangelica” presente nell’azione di Francesco che non è “semplicemente tattico riformismo”. “La dottrina – ha aggiunto – è sempre un tentativo di ricomprendere l’autenticità del Vangelo che non cambia, nella Chiesa che cammina nel tempo”. Melloni ha osservato che “è fisiologico che ci siano differenze e resistenze negli equilibri di un papato” e, concordando con mons. Galantino, ha confermato che “la minoranza che si oppone a Francesco è molto piccola e rumorosa”. Ma “il problema grosso è l’atteggiamento dei cristiani, che è un atteggiamento televisivo: si guarda il Papa e si dice ‘mi piace’”. “Se il referendum fosse ‘ti piace il Papa?’, Francesco vincerebbe con il 95% o il 99%”, ha proseguito Melloni secondo cui il problema vero è “che cosa fai della tua vita cristiana per ritrovare una dimensione evangelica. Su questo si gioca anche il destino del futuro del pontificato”. Venendo alla condanna della Chiesa nei confronti dei mafiosi, per lo storico “la presa di posizione di Sibari” – quando Francesco disse che “i mafiosi, non sono in comunione con Dio, sono scomunicati” – “non è solamente un’invettiva contro la mafia” ma la nascita di “una teologia della liberazione dalla mafia”. “Questo – ha aggiunto – riconosce che il fenomeno mafioso sta dentro i confini della Chiesa e non fuori”. Inoltre, “mi sembra significativo che il Papa si sia ‘rassegnato’ ad immaginare una norma, che penso abbia un valore di chiarezza non solo per il nostro Paese perché riferita anche alle mafie corruttive dell’America Latina, alle narcomafie”. Rispetto al tema del fine vita, Melloni ha sottolineato come “le Chiese e le comunità di fede possano dare un grande contributo alla discussione su tematiche delicate se fanno sentire lo spessore dell’umanità reale che c’è dietro queste condizioni”. Lo storico ha evidenziato anche il “talento ecumenico molto forte” di Francesco e ha definito il celibato dei sacerdoti come “un notevole falso problema. Il problema vero è il ministero” in relazione alle parrocchie e alla “grande rete di relazioni umane che molto spesso vengono trascurate” per carenza di sacerdoti.

Papa Francesco: mons. Galantino, “si fa fatica a stargli dietro perché si fa fatica a stare dietro al Vangelo”

Mon, 2017-06-19 09:14

“Si fa fatica a stare dietro al Papa perché si fa fatica a stare dietro ad un Vangelo che non vuole essere soltanto proclamato ma vissuto”. Lo ha affermato ieri monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, intervenendo a Bologna a “La Repubblica delle idee”. Per Galantino, il problema sta nel “compiere gesti e fare scelte coerenti con il Vangelo”. “Da questo punto di vista – ha spiegato – la fatica che come uomini e donne di Chiesa facciamo oggi è evidente”. “Ci sono quelli che questa fatica la fanno, cercano di star dietro, di andare avanti avendo il Papa come guida, come compagno di strada”, ha aggiunto il segretario generale della Cei, rilevando che “ci sono anche coloro che forse non ce la fanno, rinunciano e cominciano anche ad attaccarlo”. “È una minoranza – ha rilevato – ma molto rumorosa”, ma la “Chiesa della quale parlano i giornali non è la vera Chiesa”. Sulla diminuzione del numero di sacerdoti e sulla carenza di vocazioni, Galantino ha provocatoriamente detto che “i preti sono ancora troppi”. “Non è questione di numeri ma, oggi più che mai, di qualità”, ha proseguito, ricordando che “il problema che ci stiamo ponendo è il discorso della formazione”. “Molte volte vogliono entrare in seminario persone che sanno già come devono fare i preti e attraversano il periodo del seminario come una sorta di pedaggio da pagare, per poi fare quello che loro hanno in testa”. “Questa gente va fermata”, ha ammonito. Secondo Galantino, la questione è “avere uomini che siano capaci di stare evangelicamente in questo mondo e non ideologicamente”. Il segretario generale della Cei ha concluso ricordando “l’invito ossessivamente affettuoso di Papa Francesco alla Chiesa perché si renda sempre più conto che essa non esiste per se stessa o per autopreservarsi ma per dire a tutti che il Vangelo è vero e possibile”.

Antipolitica: mons. Galantino, “riceve il suo primo humus dalla politica fatta male. Bisogna rispondere ai bisogni seri della gente”

Mon, 2017-06-19 09:13

“L’antipolitica riceve il suo primo humus dalla politica fatta male. Il vero antidoto all’antipolitica è la politica fatta bene, è rispondere ai bisogni seri che la gente in questo momento avverte”. È il monito lanciato ieri monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, intervenendo a Bologna a “La Repubblica delle idee”. Un giudizio frutto di quanto emerge dall’osservatorio delle 226mila parrocchie sul territorio italiano. “C’è prima di tutto una responsabilità della politica”, ha osservato il segretario generale della Cei, rilevando che “bisogna stare attenti perché purtroppo ho visto in questi ultimi giorni che la ‘politica partitica’ sta inseguendo l’antipolitica, pensando di risolvere i problemi appiattendosi su certi tipi di modalità”. “Non esiste errore più grave di questo”, ha ammonito Galantino, secondo cui “si combatte l’antipolitica con la politica sana, non facendo chiacchiere”. “Si combatte l’antipolitica – ha aggiunto – quando questa si esprime in maniera volgare e violenta, com’è capitato qualche giorno fa, dando risposte sensate a domande reali, non girando alla larga”. Per Galantino, “il Papa non sta dando una mano all’antipolitica, sta cercando invece di dire ai politici, a chi fa buona politica di fare una politica con la ‘p’ maiuscola, che sia veramente per il bene comune. E il bene comune non è la somma dei beni di ognuno, di chi grida di più o della lobby vincente”. Rispetto al tema del fine vita, il segretario generale ha sottolineato che “c’è una Chiesa che non vuole dimenticare che davanti a questi drammi ci sono le persone prima di tutto, poi le forme da salvare”. Quanto alla differenze tra il “caso Welby” e quello di dj Fabo, Galantino ha voluto ricordare “il clima nel quale si era affrontato il tema Welby: c’era una parte, non solo politica, che voleva attraverso questo fatto forzare la mano”. “Quando oggi ci sono questi atteggiamenti, c’è una Chiesa che non ama essere provocata”. Sul biotestamento e sulla “premessa sbagliata dell’autodeterminazione” presente nel testo di legge, Galantino ha invitato a “non metterci nell’imbuto della semplificazione”. “La Chiesa non è qui ad imporre niente, ma a ricordarci un tipo di antropologia che non semplifica queste realtà”.

Ius soli: mons. Galantino, “le gazzarre ignobili non sono il modo migliore per affrontare il tema”. “C’è chi ha cambiato idea per paura di perdere voti”

Mon, 2017-06-19 09:11

“C’è preoccupazione per il modo in cui si sta affrontando il tema dello ‘ius soli’. Perché non mi sembra sia il modo migliore quello delle gazzarre ignobili che hanno caratterizzato l’aula del Senato. Sono cose così importanti sulle quali o ci si confronta o si finisce per affossare continuamente una realtà molto importante”. Lo ha affermato monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, intervenendo ieri a Bologna a “La Repubblica delle idee”. “L’indagine Demos pubblicata a gennaio da Repubblica – ha ricordato Galantino – dice che tre italiani su quattro sono favorevoli alla cittadinanza di coloro che nascono in Italia”. “È chiaro che questo fa venire l’orticaria a chi ha impostato tutta la politica e la richiesta di consenso sul contrario”, ha proseguito il segretario generale della Cei, sottolineando che “mi preoccupano partiti o formazioni politiche che hanno sempre pensato diversamente e che ora stanno temendo di perdere voti per questo”. Per Galantino, “è pericolosissimo fare politica unicamente per rincorrere il successo perché vuol dire non fare politica, vuol dire fare solo il proprio interesse”. Alla domanda di Tiziana Testa se questa frase fosse riferita al Movimento 5 Stelle, il segretario generale ha detto che “tutti sanno come alcune persone prima hanno detto una cosa, poi ne hanno detta un’altra”. “È importante entrare nel merito della legge – ha aggiunto – e capire che certe cose si possono anche cambiare, ma non si cambiano saltando sui banchi, non si cambiano dicendo le parolacce ma mettendosi davanti al testo e dicendo che è importante assicurarsi che il bambino che nasce in Italia conosca bene l’italiano e la storia italiana”. “Non si tratta di appiccicare l’etichetta di ‘italiano’ – ha concluso – ma far sì che l’essere cittadino italiano corrisponda ad un sentire da italiano. Su questo si discute, non ci si prende a botte”.

Scomunica mafiosi e corrotti: mons. Galantino, “possono fare le offerte che vogliono ma non appartengono alla Chiesa”

Mon, 2017-06-19 09:10

“I mafiosi e i corrotti quando travolgono tutto e tutti per raggiungere il loro obiettivo non appartengono alla Chiesa: le statue possono fare gli inchini che vogliono, possono dare come offerta i soldi che vogliono ma non appartengono alla Chiesa”. Lo ha affermato monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale italiana, intervenendo ieri a Bologna a “La Repubblica delle idee”. Dialogando con lo storico Melloni, Galantino ha spiegato che “la corruzione ha la stessa logica della mafia perché c’è l’assolutizzazione di un obiettivo e anche dei mezzi per raggiungerlo. Chi corrompe o chi vuole farlo ha l’obiettivo di arrivare ai soldi o di coprire uno spazio e per fare questo non esistono impedimenti, chiunque si trova bisogna abbatterlo come un birillo”. “È questa capacità di evitare questi atteggiamenti di morte seminata per raggiungere l’obiettivo che mette fuori dalla Chiesa”, ha osservato il segretario generale della Cei, riconoscendo che purtroppo “c’è gente che pensa, anche nella Chiesa, di poter alle volte contemperare comunque certe cose”. Galantino ha ricordato anche la “presa di posizione forte, tanto da diventare un punto di riferimento” contro i mafiosi espressa da Papa Francesco a Sibari tre anni fa. “Il Papa aveva preparato il discorso ma voleva qualcosa di più forte. Prima della messa ha voluto scrivere con me quella espressione: ‘chi adora solo il denaro e sottopongono a questo le relazioni e i progetti, sono fuori dalla Chiesa, sono scomunicati’”. Il segretario generale della Cei, che il 15 giugno ha partecipato al “Dibattito internazionale sulla corruzione” voluto dal Papa, riguardo alla situazione italiana rispetto alla corruzione – “un dramma, che il Papa chiama cancro” – ha rilevato che “è cresciuta la sensibilità, mentre prima si girava un po’ la testa oggi c’è voglia di reagire”. “Spero che questa presa di posizione – ha concluso – non serva solo a corrotti e mafiosi ma anche a coloro che li lasciano fare, basta non essere scocciati”.

Corpus Domini: card. Bassetti (Perugia), “salviamo la domenica! Che il lavoro festivo non diventi la regola”

Mon, 2017-06-19 09:05

“Abbiamo perso il senso della domenica, che è diventata tutto, fuorché il giorno del Signore! Salviamo la domenica! Che il lavoro festivo non diventi la regola e che non si moltiplichino soltanto le nuove cattedrali del consumo”: è il monito lanciato dal cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia e presidente della Conferenza episcopale italiana, durante la messa del Corpus Domini celebrata ieri nella cattedrale di San Lorenzo in Perugia. Per il porporato “difendere la domenica, il riposo festivo, la possibilità per tutti di partecipare alla celebrazione dell’Eucaristia non significa soltanto difendere i diritti di Dio, ma anche affermare l’esigenza di un vita a misura dell’uomo”. “Oggi, purtroppo, da parte di molti cristiani c’è la tendenza a ridurre la propria identità di fede ad un fatto privato – ha evidenziato il presidente della Cei –, ad un rapporto soltanto personale con Dio e con la Chiesa. Così facendo noi perdiamo la nostra stessa identità. Abbiamo bisogno di camminare insieme, soprattutto di spezzare insieme il pane dell’Eucaristia. Senza questo non potremo mai essere ‘vera Chiesa in uscita’ e raggiungere tutte quelle ‘periferie esistenziali’ verso cui ci sprona continuamente il nostro papa Francesco. Privatizzando la nostra fede, noi facciamo il gioco di chi vorrebbe chiuderci in casa, di chi pensa che noi non abbiamo più nulla da dire, da dare, da proporre alla società di oggi. Riappropriamoci, quindi, della domenica, giorno del Signore, giorno della comunità cristiana, giorno dell’uomo”.

La sofferenza che arriva da “vite giovani spezzate, uomini e donne umiliati, problemi sempre più drammatici come la casa, il lavoro, il futuro dei figli, il baco che distrugge la famiglia come la solitudine e la miseria che possono condurre alla violenza; le tantissime forme di povertà personali e morali; la vita da proteggere dal concepimento fino alla sua naturale conclusione” può essere affrontata solo prendendo forza dall’Eucarestia. “Dal banchetto eucaristico viene la forza per vivere, per camminare, per curare le nostre e altrui ferite. La nostra vita è un viaggio e l’Eucaristia è il pane – ha concluso -, il viatico per questo viaggio mentre la Parola di Dio è luce e sostegno ai nostri passi”.

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