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Paesi Bassi: Amsterdam, attesi 5mila pellegrini per la “processione silenziosa”. Un evento speciale per i giovani

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 15:22

Sono attesi oltre 5mila pellegrini ad Amsterdam nella notte tra sabato 18 e domenica 19 marzo per la “processione silenziosa”, che ogni anno si ripete per commemorare il “miracolo dell’ostia”: il 15 marzo 1345 un uomo gravemente malato ricevette l’unzione degli infermi e la comunione, ma la vomitò in mezzo ai conati. L’ostia fu però ritrovata intatta la mattina dopo, tra le ceneri del fuoco: per evitare la profanazione il vomito non era stato lavato via ma bruciato. In seguito, per due volte il sacerdote volle riportare l’ostia in parrocchia, ma sempre fece miracolosamente ritorno alla casa del malato. Così, dal 1881, si ripercorre in circa un’ora di cammino, al buio, in silenzio, senza alcun simbolo o segnale, il tragitto compiuto dall’ostia. I fedeli sono invitati, prima del pellegrinaggio, a partecipare a una delle messe celebrate nelle parrocchie di Amsterdam. Quest’anno i suggerimenti per la preghiera durante il cammino sono tratti dal diario spirituale di Dag Hammarskjöld (1905-1961), già segretario generale delle Nazioni Unite e Nobel della pace post-mortem. Le diocesi si stanno organizzando per far arrivare ad Amsterdam i loro gruppi giovanili. “Vivi!” è il titolo dell’evento organizzato per i giovani e prevede un momento d’incontro con testimonianze, seguito da un tempo personale per la preghiera, la confessione o alcuni workshop tematici. Dopo la messa presieduta dal vescovo di Haarlem-Amsterdam, mons. Jos Punt, i giovani faranno la loro processione silenziosa.

Beatificazione Josef Mayr-Nusser: padre Calloni (postulatore), “la sua adesione al Vangelo non può scendere a dei compromessi”

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 15:10

“Nel caso di Josef Mayr-Nusser non abbiamo davanti un persecutore, che con la spada taglia testa, fa scorrere il sangue: quando pensiamo ad un martire siamo un po’ abituati a pensare a questo”. Questo è stato il nodo da superare durante la causa di beatificazione del martire bolzanino. Lo rivela il postulatore della causa romana, padre Carlo Calloni, ai lettori del settimanale diocesano “Il Segno”. “Josef Mayr-Nusser muore il 24 febbraio 1945 su un vagone bestiame che lo sta portando verso il campo di concentramento di Dachau – ricorda p. Calloni -. Chiarissima è la sua adesione alla morte anche per Cristo, la sua adesione al Vangelo; ma è stato un poco faticoso dimostrare che nella sua vicenda c’era un persecutore, in carne e ossa e questo persecutore era questo momento storico particolare, questo regime. È stato interessante, ma anche faticoso, far vedere come anche senza lo scorrere del sangue Josef Mayr-Nusser abbia dato la vita per Cristo e per il Vangelo”. Per comprendere tutto questo, fondamentali sono state le lettere scritte da Mayr-Nusser alla moglie Hildegard. “Sicuramente le lettere alla moglie, nell’ultimo periodo della sua vita sono illuminanti – commenta p. Calloni -. Perché lui chiama la stessa Hildegard, la moglie, a riconoscere ciò che lui sta facendo, questo modo di comportarsi coerente al Vangelo è la difesa di tutti quei valori che loro insieme hanno vissuto. E quindi Josef Mayr-Nusser diventa veramente un uomo di una statura cristallina e limpida in questo, la sua adesione al Vangelo non può scendere a dei compromessi”.

Abolizione voucher: Coldiretti, “perdono opportunità di lavoro nei campi” studenti, pensionati e cassa integrati

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 14:23

“Con la cancellazione dei voucher perdono opportunità di lavoro nei campi per integrare il proprio reddito 50mila giovani studenti, pensionati e cassa integrati impiegati esclusivamente in attività stagionali, che in agricoltura ne sono gli unici possibili beneficiari”. È quanto afferma la Coldiretti che, nel commentare la cancellazione totale dei buoni lavoro, sottolinea il rischio di favorire il sommerso. “In agricoltura sono stati venduti nell’ultimo anno circa 2 milioni di voucher, più o meno gli stessi di 5 anni fa, per un totale di 350mila giornate di lavoro che – sottolinea la Coldiretti – hanno aiutato ad avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti e a mantenere attivi molti anziani pensionati nelle campagne senza gli abusi che si sono verificati in altri settori, dove sono aumentati esponenzialmente”. “I buoni lavoro sono stati introdotti inizialmente proprio in agricoltura per la vendemmia nel 2008 e da allora – conclude la Coldiretti – hanno consentito nel tempo di coniugare gli interessi dell’impresa agricola per il basso livello di burocrazia con quelli di pensionati, studenti e disoccupati”.

Chiesa anglicana: l’arcivescovo Bernard Ntahoturi (Burundi) è il nuovo rappresentante di Justin Welby presso la Santa Sede

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 14:18

È l’arcivescovo Bernard Ntahoturi, primate della Chiesa anglicana del Burundi dal 2005 al 2016, il nuovo rappresentante dell’arcivescovo di Canterbury alla Santa Sede e direttore del Centro anglicano di Roma. Succede all’arcivescovo David Moxon che si ritira nel mese di giugno. Ad annunciarlo è l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, e l’amministrazione del Centro Anglicano di Roma in una nota diffusa oggi dalla Lambeth Palace.
Nato nel 1948, l’arcivescovo Ntahoturi cresciuto in un piccolo villaggio in Matana, nel Burundi meridionale, figlio di una povera famiglia contadina. Ordinato nel 1973, è andato in Inghilterra per proseguire la sua formazione teologica prima a Cambridge e poi a Oxford. Dopo gli studi, è tornato in Burundi, dove entra a far parte del servizio civile, diventando capo di gabinetto del presidente Jean-Baptiste Bagaza. Dopo il rovesciamento del presidente Bagaza nel 1987, in un colpo di stato militare, è stato in prigione dal 1987 al 1990. Nel 1997, Bernard Ntahoturi è stato consacrato vescovo di Matana e primate della Provincia della Chiesa anglicana del Burundi nel 2005.
Ha una vasta esperienza ecumenica come membro del Comitato centrale del Consiglio mondiale delle Chiese dal 1998 e del Comitato esecutivo di Act (Azione delle Chiese insieme). Ha lavorato attivamente per la pace in Burundi e la regione dei Grandi Laghi. Ha rappresentato le chiese protestanti del Burundi durante i negoziati di pace e di riconciliazione in Tanzania ed ha fatto parte come vice-presidente della Commissione per la verità e la riconciliazione in Burundi. Parla francese, inglese, Kirundi e Swahili e conta di imparare presto anche l’italiano.
“La nomina di un primate a questo incarico per la seconda volta consecutiva dimostra l’importanza che attribuisco allo sviluppo del rapporto sempre più stretto tra la Comunione anglicana e la Chiesa cattolica romana”, ha detto l’arcivescovo Justin Welby. “L’arcivescovo Bernard ha svolto un ruolo di immenso valore nella vita della Comunione anglicana per molti anni sia come un vescovo e sia, più recentemente, come un primate. Ha anche una vasta esperienza ecumenica in Burundi, nella Comunione anglicana e nella vita del Consiglio mondiale delle Chiese”. “Vorrei rinforzare in particolare l’impegno per la costruzione della pace”, dice da parte sua l’arcivescovo burundese.

Beatificazione Josef Mayr-Nusser: mons. Tisi (Trento), “doni anche a noi il gusto della fedeltà e dell’amore”

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 14:11

“La Chiesa di Trento gioisce con la Chiesa sorella di Bolzano-Bressanone per la beatificazione di Josef Mayr-Nusser”. Così l’arcivescovo Lauro Tisi, alla vigilia della proclamazione del nuovo beato altoatesino. “Osserviamo stupiti – aggiunge Tisi – gli occhi di un giovane, soprattutto nel cuore, che cammina con coraggio e fede enormi verso il sacrificio della propria vita. Lo fa soprattutto per due ragioni. Perché sente dentro di sé la voce insopprimibile della coscienza, che troppe volte ci ostiniamo a soffocare. In secondo luogo, perché Josef sa che nulla possono le parole, se non portano alla testimonianza, da lui definita ‘la nostra unica arma efficace, con semplicità e senza pretese’”. Per Josef Mayr-Nusser, “l’uomo d’oggi può essere convinto da una cosa sola, non da libri, conferenze o prediche, ma solo dalla vita dei cristiani, questo è l’unico libro al quale si crede oppure no”. Qui, commenta l’arcivescovo, “sta la straordinaria attualità del futuro beato Josef, modello di resistenza nonviolenta ma, prima ancora, marito e papà affettuoso. ‘In tutta fedeltà e amore’, come si legge nella sua ultima lettera. Il beato Josef – conclude Tisi – doni anche a noi il gusto della fedeltà e dell’amore”.

Diocesi: Cuneo, domenica 19 marzo per la prima volta nella storia il vescovo visiterà la sinagoga della città

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 13:46

Per la prima volta in duecento anni di storia della diocesi di Cuneo, un vescovo si recherà in visita alla sinagoga della città, domenica 19 marzo alle 18. “È importante questo incontro con il mondo ebraico anche se gli ebrei sono pochi in città, ma serve per ricordarci che proveniamo dallo stesso ceppo”, commenta al Sir il vescovo Piero Delbosco. La visita “sarà occasione per fare memoria dei sei milioni di ebrei trucidati, alcuni anche dalla provincia di Cuneo”. Il vescovo sarà accolto in sinagoga da Rav Ariel Di Porto e Dario Disegni, rispettivamente rabbino capo e presidente della comunità ebraica di Torino, a cui Cuneo appartiene; dopo i discorsi ufficiali, il rabbino guiderà un momento di preghiera. Nel corso dell’incontro sarà inoltre conferito il premio ecumenico “don Romano Marchisio” alla memoria di Davide Cavaglion e a tutta la famiglia Cavaglion “a riconoscimento ed elogio dell’impegno profuso da ogni membro” di questa famiglia “come testimone autentico dell’ebraismo, per l’amicizia e il dialogo avviato con i cristiani della città”. Davide, morto a 50 anni nel 2014, aveva lavorato intensamente per il restauro della sinagoga perché diventasse, nonostante l’esiguità dei numeri, un luogo di incontro e di confronto tra la vita e la spiritualità ebraica e le altre comunità religiose e civili del territorio. “La famiglia Cavaglion – sottolinea il vescovo – è stata anche protagonista della promozione della giornata del dialogo ebraico-cristiano, che si celebra ogni anno il 17 gennaio”. Il premio “don Romano Marchisio” viene conferito dalle comunità evangeliche ortodosse e cattoliche della città insieme ad alcune realtà locali impegnate nel dialogo interreligioso

Papa Francesco: a Penitenzieria apostolica, “quanto male viene alla Chiesa dalla mancanza di discernimento”. In caso di “disturbi spirituali”, confessori facciano ricorso a esorcisti

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 13:38

Il buon confessore è “un uomo dello Spirito, un uomo del discernimento”. È la seconda caratteristica richiesta dal Papa al sacerdote che ha a che fare con i penitenti. “Quanto male viene alla Chiesa dalla mancanza di discernimento!”, ha esclamato Francesco ricevendo in udienza i partecipanti al corso sul foro interno promosso dalla Penitenzieria apostolica: “Quanto male viene alle anime da un agire che non affonda le proprie radici nell’ascolto umile dello Spirito Santo e della volontà di Dio”. “Il confessore non fa la propria volontà e non insegna una dottrina propria”, ha ammonito il Papa: “È chiamato a fare sempre e solo la volontà di Dio, in piena comunione con la Chiesa, della quale è ministro, cioè servo”. “Il discernimento permette di distinguere sempre, per non confondere, e per non fare mai di tutta l’erba un fascio”, ha assicurato Francesco: “Il discernimento educa lo sguardo e il cuore, permettendo quella delicatezza d’animo tanto necessaria di fronte a chi ci apre il sacrario della propria coscienza per riceverne luce, pace e misericordia”. Il discernimento, infine, per il Papa “è necessario anche perché, chi si avvicina al confessionale, può provenire dalle più disparate situazioni; potrebbe avere anche disturbi spirituali, la cui natura deve essere sottoposta ad attento discernimento, tenendo conto di tutte le circostanze esistenziali, ecclesiali, naturali e soprannaturali”. “Laddove il confessore si rendesse conto della presenza di veri e propri disturbi spirituali – che possono anche essere in larga parte psichici, e ciò deve essere verificato attraverso una sana collaborazione con le scienze umane –, non dovrà esitare a fare riferimento a coloro che, nella diocesi, sono incaricati di questo delicato e necessario ministero, vale a dire gli esorcisti”, la raccomandazione di Francesco.

San Patrizio: anche il presidente Higgins alla messa nella pro-cattedrale di Dublino. Dedicato ai migranti il messaggio dei vescovi irlandesi

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 13:36

Il presidente dell’Irlanda Michael Higgins e sua moglie Sabina stanno partecipando questa mattina alla Messa per la festività di Saint-Patrick, celebrata nella pro-cattedrale di Dublino dall’arcivescovo della città, mons. Diarmuid Martin. Grande festa, oggi, in Irlanda e non solo, in onore del patrono Patrizio.
Ieri sera, ad Armagh, le due cattedrali della città, cattolica e anglicana, si sono completamente illuminate di verde. L’arcivescovo anglicano Richard Clarke è stato accolto dall’arcivescovo cattolico Eamon Martin in cattedrale come segno dell’unità del popolo irlandese. A nome di tutti i vescovi cattolici irlandesi, l’arcivescovo Eamon Martin ha dedicato, quest’anno, ai migranti il messaggio per la festa di san Patrizio
“Sollecitati dalla situazione di migliaia di sfollati in tutto il mondo – scrive Martin – pensiamo a Patrizio come al rifugiato dimenticato (così una volta lui stesso si è definito), schiavo dell’esilio. Patrizio, il migrante irregolare. Molti dei nostri connazionali rimangono senza documenti in vari Paesi del mondo e in alcuni casi si sentono vulnerabili e trattati con sospetto. Come popolo irlandese, non possiamo pensare a san Patrizio senza riconoscere le enormi sfide umanitarie e pastorali che pongono il numero crescente di persone sfollate e senza regolare permesso di soggiorno nel nostro mondo. Si tratta di una situazione che è drammaticamente esemplificata dalla crisi dei profughi qui in Europa. Vi invito, pertanto, a pregare oggi per i rifugiati e per tutte le famiglie sfollate e a favorire, ovunque ci si trovi, quella ospitalità e accoglienza di cui gli irlandesi sono famosi in tutto il mondo”.

President Higgins & Sabina Higgins arrive at Pro Cathedral for St Patrick's Day Mass #saintpatricksday pic.twitter.com/Tab37KpX6R

— Archdiocese Dublin (@DublinDiocese) March 17, 2017

Papa Francesco: a Penitenzieria apostolica, nel confessionale evitare “asprezze, incomprensioni e durezza”

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 13:35

Un “buon confessore” è prima di tutto “un vero amico di Gesù” e, quindi, un uomo che deve “coltivare la preghiera”. Lo ha detto il Papa, che ricevendo oggi in udienza i partecipanti al corso sul foro interno promosso dalla Penitenzieria apostolica ha tratteggiato un identikit del prete che dimora in confessionale. “In realtà, ve lo confesso, questo della Penitenzieria è il tipo di Tribunale che mi piace davvero! Perché è un ‘tribunale della misericordia’, al quale ci si rivolge per ottenere quell’indispensabile medicina per la nostra anima che è la Misericordia divina!”, ha esordito Francesco: “Il vostro corso sul foro interno, che contribuisce alla formazione di buoni confessori, è quanto mai utile e direi perfino necessario ai nostri giorni. Certo, non si diventa buoni confessori grazie ad un corso: quella del confessionale è una lunga scuola, che dura tutta la vita”. “Un ministero della Riconciliazione ‘fasciato di preghiera’ – ha spietato Francesco a proposito della prima caratteristica di un buon confessore – sarà riflesso credibile della misericordia di Dio ed eviterà quelle asprezze e incomprensioni che, talvolta, si potrebbero generare anche nell’incontro sacramentale. Un confessore che prega sa bene di essere lui stesso il primo peccatore e il primo perdonato. E dunque la preghiera è la prima garanzia per evitare ogni atteggiamento di durezza, che inutilmente giudica il peccatore e non il peccato”.

“Nella preghiera – la raccomandazione del Papa – è necessario implorare il dono di un cuore ferito, capace di comprendere le ferite altrui e di sanarle con l’olio della misericordia, quello che il buon samaritano versò sulle piaghe di quel malcapitato, per il quale nessuno aveva avuto pietà”. “Nella preghiera – ha proseguito Francesco – dobbiamo domandare il prezioso dono dell’umiltà, perché appaia sempre chiaramente che il perdono è dono gratuito e soprannaturale di Dio, del quale noi siamo semplici, seppur necessari, amministratori, per volontà stessa di Gesù; ed egli si compiacerà certamente se faremo largo uso della sua misericordia”. Nella preghiera, infine, “invochiamo sempre lo Spirito Santo, che è Spirito di discernimento e di compassione. Lo Spirito permette di immedesimarci con le sofferenze delle sorelle e dei fratelli che si avvicinano al confessionale e di accompagnarli con prudente e maturo discernimento e con vera compassione delle loro sofferenze, causate dalla povertà del peccato”.

Immigrati: Censis, nel 2016 meno figli degli italiani (-15,3%)

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 13:21

Anche gli immigrati in Italia fanno meno figli (-15,3% nell’ultimo anno), adeguandosi al modello demografico europeo.  Lo rileva il Censis, constatando una diminuzione di nascite di figli da genitori stranieri che “nell’ultimo anno crollano rovinosamente”. “La debolezza delle politiche familiari sta scoraggiando anche gli immigrati – si legge -, che vedevano nei figli uno strumento di crescita e di riscatto sociale. Negli ultimi anni si è registrato un progressivo adattamento della popolazione straniera al nostro modello demografico, fatto di pochi figli partoriti in età avanzata”. Si è passati dai 72.096 nati da entrambi i genitori stranieri del 2015 ai 61.000 stimati del 2016, con una riduzione del 15,3%, assai superiore a quella dei nati da donne italiane, fra le quali le nascite si sono ridotte del 2,4%. Il risultato è che il tasso di fecondità delle donne straniere negli ultimi cinque anni si è ridotto da 2,4 a 2,0 figli per donna, e l’età media al primo parto è arrivata a 28,7 anni, più vicina ai 32,3 anni delle italiane.

Immigrati: Censis, “senza stranieri interi territori a rischio spopolamento”

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 13:17

“Senza stranieri interi territori a rischio spopolamento”: lo dice oggi il Censis, sulla base di un’analisi realizzata nell’ambito del programma “Fuori dal letargo: soluzioni per una buona crescita”. Secondo il Censis gli immigrati salvano dall’estinzione i comuni più piccoli e frenano il declino demografico nelle città più grandi. In una Italia in declino demografico, “con un numero di nati mai così basso dal 1861, ci sono 841 comuni in cui nell’ultimo quinquennio (2010-2015) la popolazione è cresciuta esclusivamente grazie agli immigrati”, rileva il Censis. In questi comuni, che si trovano in ogni area del Paese e hanno dimensioni diverse, risiedono quasi 13,9 milioni di abitanti, ovvero il 23% della popolazione. Le crescite maggiori si sono verificate a Collegiove nel Lazio (dove la popolazione nei cinque anni è aumentata del 13,3%), Camini in Calabria (+12,8%), Baranzate in Lombardia (+10%). Ma anche 51 comuni con più di 50.000 abitanti negli ultimi cinque anni avrebbero sofferto una contrazione demografica: negli ultimi cinque anni a Bologna la popolazione cresce di 17.010 residenti, ma i cittadini italiani sono 596 in meno e gli stranieri 17.606 in più. A Torino si contano 16.209 residenti in più come risultato di una crescita di 28.780 stranieri e una diminuzione di 12.571 italiani. A Napoli i residenti aumentano di 11.413 unità, frutto di un incremento di 24.340 stranieri e di una diminuzione di 12.927 italiani.

 

Legalità: a Rescaldina (Mi) un murale realizzato da 150 studenti nell’osteria sottratta alle mafie

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 13:14

“La Tela”, l’osteria sottratta alla criminalità organizzata nel comune di Rescaldina (Milano), “regala” un muro a 150 studenti delle scuole secondarie di primo grado per realizzare un murales contro la mafia. Accadrà martedì 21 marzo in occasione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. “La Tela” è un bene sequestrato alla criminalità organizzata, affidato al Comune di Rescaldina e gestito dalla Cooperativa Arcadia insieme ad altre associazioni del territorio. È diventato ristorante e centro di aggregazione e di promozione sociale e culturale. Sette classi di seconda media dei plessi “Ottolini” di Rescaldina e “Raimondi” di Rescalda saranno chiamate a colorare il muro esterno de “La Tela” sotto il coordinamento di Francesca Consonni. “Combattiamo con il colore il bianco dell’omertà”, spiega Giovanni Arzuffi portavoce della cooperativa Arcadia: “I circa 150 ragazzi coinvolti nell’iniziativa saranno chiamati a dare il proprio apporto di colore e creatività per realizzare un murales, la visibile testimonianza di un impegno concreto che parte dalle giovani generazioni per costruire un futuro migliore”. L’iniziativa si pone all’interno di un percorso che Comune, scuole e “La Tela” hanno fatto promuovendo una serie di appuntamenti sul tema e che è culminato nell’incontro del 13 marzo scorso con Giovanni Impastato fratello di Peppino, il giornalista ucciso da Cosa Nostra l’8 maggio del 1978.

Papa Francesco: nomina don Ovidio Vezzoli vescovo di Fidenza

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 13:12

Don Ovidio Vezzoli è il nuovo vescovo di Fidenza. Lo ha nominato oggi papa Francesco, accettando la rinuncia per raggiunti limiti d’età di mons. Carlo Mazza. Appartenente al clero della diocesi di Brescia, don Vezzoli è attualmente docente di Liturgia presso l’Istituto superiore di scienze religiose, promosso dall’Università Cattolica di Milano, sede di Brescia. Nato ad Adro (Brescia) il 2 gennaio 1956, ha studiato nel Seminario di Brescia, frequentando la Facoltà dell’Italia settentrionale, ed è stato ordinato presbitero a Brescia il 14 giugno 1980. È stato vicario parrocchiale a Sant’Apollonio di Lumezzane dal 1980 al 1985; dal 1985 al 1991 ha studiato a Padova (Istituto Santa Giustina), dove ha conseguito la laurea in Teologia con specializzazione liturgica. In seguito ha prestato servizio in Curia come segretario del Segretariato per la liturgia dal 1985 al 1993. Nel frattempo, a cominciare dal 1988, ha guidato il Segretariato Tempi dello Spirito fino al 1991. Dal 1991 al 1999 è stato segretario particolare del vescovo; dal 1991 ha insegnato Liturgia in Seminario e per una decina di anni è stato prefetto degli studi e bibliotecario. Ha sempre prestato servizio pastorale festivo nelle parrocchie della diocesi, a Bagolino dal 2004 al 2013 e Pompiano dal 2013 al 2016. È autore di diverse pubblicazioni a carattere liturgico-pastorale.

Mafia: Roberti (procuratore antimafia), “oggi sono i politici a cercare mafiosi”

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 13:05

“Oggi sono i politici a cercare i mafiosi e non più tanto l’inverso, ce lo dimostrano tanti accertamenti e tante indagini”. Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, in un’intervista a “Soul”, il programma-intervista di Tv2000 condotto da Monica Mondo in onda sabato 18 marzo alle ore 12.15 e alle 20.45 in occasione anche della Giornata per le vittime della mafia che si celebra il 21 marzo. “C’è sempre stato un rapporto di reciproca funzionalità – ha aggiunto Roberti – tra politico imprenditore e mafioso: 3 poli che con il tempo hanno collaudato l’utilità e la proficuità di coltivare questi rapporti. Il politico ha bisogno del mafioso e lo cerca quando ha bisogno di sostegno elettorale”. “Secondo una logica di certi politici – ha sottolineato Roberti – fare gli affari e avere rapporto con un mafioso era politicamente producente perché segno di potere. Lo stesso vale per l’imprenditore che, soprattutto in un momento di crisi economica e difficoltà di accesso al credito legale, si rivolge al mafioso per farsi finanziare: attraverso il finanziamento dell’imprenditore legale e apparentemente onesto ricicla e moltiplica i propri profitti illeciti. Bisogna spezzare questi rapporti”. “La corruzione – ha concluso Roberti – è uno strumento tipicamente mafioso con la quale si entra nelle istituzioni e nelle economie più facilmente che con le intimidazioni, queste servono piuttosto a garanzia dei patti corrotti”.

Giustizia: Roberti (procuratore antimafia), “magistrati in politica non tornino indietro”

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 13:04

“Non ho nulla contro i magistrati che scelgono di passare in politica, ma dovrebbero non tornare più nell’attività giurisdizionale una volta finita la vita politica, tornando nel settore pubblico e nella pubblica amministrazione, con ruoli diversi da quelli di giudice o pubblico ministero”. Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, in un’intervista a “Soul”, il programma-intervista di Tv2000 condotto da Monica Mondo in onda sabato 18 marzo alle ore 12.15 e alle 20.45 in occasione anche della Giornata per le vittime della mafia che si celebra il 21 marzo. “Non scenderei mai in politica – ha rivelato Roberti – non ho mai pensato a farlo. Ho molto rispetto per la politica, è la più nobile delle attività umane quando è volta al bene comune e dei cittadini. Quando ha interessi personali, di gruppo o di lobby, invece, è la più bassa. La gente ha questa percezione, ma ho conosciuto tanti esponenti politici che sono persone veramente intenzionate a ben operare nell’interesse dei cittadini. Spesso prevalgono le logiche dei partiti, di gruppo, di appartenenza o quelle mafiose. Questo inquina la vita politica, come quella civile, l’economia e il mondo delle professioni. Bisogna combattere contro tutto questo”. “Bisogna distinguere caso per caso – ha sottolineato Roberti – le situazioni di sovrapposizione tra legge e giustizia. I magistrati hanno giurato fedeltà alla Costituzione: siamo chiamati a tutelare i diritti di tutti i cittadini che è l’essenza dell’attività giurisdizionale. I magistrati non si sostituiscono al legislatore, ma cercano di raccogliere la domanda di giustizia che proviene dai cittadini. Credo che in un rapporto di reciproca e leale collaborazione i magistrati devono anche dare indicazioni al legislatore, quando non interviene a dovere prima, senza fare qualcosa di creativo ma in una interpretazione estensiva non spinta da ideologie”.

Marco Biagi: Acli Bologna, “ricordare è giusto”, capire le cause dell’omicidio “è nostro dovere”

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 12:57

“Ricordare è giusto, capire le cause è nostro dovere, per poterle combattere ed evitare che accada di nuovo”. Così Filippo Diaco, presidente provinciale delle Acli di Bologna, nel ricordo del giuslavorista Marco Biagi, di cui ricorre domenica il quindicesimo anniversario del barbaro omicidio. Le Acli di Bologna, che gli dedicano un Circolo, considerano di grande attualità, in questi tempi di crisi e trasformazioni del mercato del lavoro, temi e metodologie indicate nel suo Libro Bianco. “Forse solo ora, a distanza di anni, possiamo comprendere appieno la lungimiranza degli scritti di Biagi”, afferma Diaco, che aggiunge: “Biagi aveva compreso prima e meglio di altri che il mercato del lavoro stava progressivamente cambiando, in quello che si è rivelato poi un processo inarrestabile. Aveva compreso che alcuni modelli avevano ormai esaurito la propria funzione storica e che adeguarsi al cambiamento era l’unica via”. Tuttavia, come Acli, “ciò che più ci è rimasto impresso del suo lavoro è stata l’attenzione sempre posta al confronto fra le parti sociali, insegnamento di cui abbiamo fatto tesoro”. Le Acli di Bologna presenzieranno domenica, come di consueto, alla cerimonia di commemorazione.

Colombia: proposto atto di clemenza verso i detenuti per visita papa Francesco

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 12:55

Una sorte di “legge giubilare”, che contenga un atto di clemenza verso i detenuti. È quanto propongono in questi giorni i partiti colombiani, in vista del viaggio di papa Francesco, anche se non mancano i rischi che tale proposta entri nel gioco delle strumentalizzazioni politiche. Il primo partito a porre la questione è stato il Centro democratico dell’ex presidente Álvaro Uribe Vélez, grande oppositore degli accordi di pace con le Farc e alla giustizia transizionale verso gli ex guerriglieri. La forza politica presenterà un progetto di legge che preveda sconti di pena e benefici per migliaia di detenuti nelle carceri colombiane che stanno scontando condanne per reati, secondo Uribe, “meno gravi rispetto a quelli commessi dal gruppo narcoterrorista”.
Una proposta è stata presentata ieri anche dal Partito sociale di unità nazionale (“Partito della U”) del presidente Juan Manuel Santos, prevedendo la riduzione di un sesto della pena per i detenuti, esclusi i condannati per gravi reati, come gravi fatti di sangue, violenza sui minori, narcotraffico, corruzione. Se tale proposta venisse approvata, verrebbero messi in libertà circa 40mila detenuti.
Simili provvedimenti furono già approvati in occasioni delle precedenti visite papali di Paolo VI (1968) e Giovanni Paolo II (1987).

Scozia: referendum autonomia. Swann (Un. Loughborough), “potrebbe incoraggiare voti analoghi in altre regioni d’Europa”

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 12:49

La Scozia come la Catalogna o i Paesi Baschi. Il referendum per l’indipendenza, promesso dalla leader nazionalista scozzese Nicola Sturgeon tra il 2018 e il 2019, una volta che i termini del Brexit saranno stati chiariti, potrebbe portare anche altre regioni d’Europa a cercare di rendersi autonome dallo stato centrale e ad entrare a far parte dell’Ue come nazioni autonome. “Ci sono sempre stati forti legami tra la Scozia e la Catalogna e la Scozia e i Paesi Baschi e se il referendum per l’indipendenza venisse vinto dallo Scottish National Party, il partito per una Scozia autonoma, altre parti dell’Unione potrebbero venire incoraggiate a fare altrettanto” (come peraltro sta già facendo la Catalogna), spiega al Sir Thomas Swann, ricercatore associato della facoltà di politica dell’Università di Loughborough. “Il problema, naturalmente, è se il governo centrale spagnolo sia disposto a consentire alla Catalogna di organizzare un referendum e fino ad adesso non l’ha fatto. Anzi, ha dichiarato illegale il referendum del 2014. Anche nel caso della Scozia occorrerà il via libera di Downing Street per indire il referendum”. Costituzionalmente “ci vuole l’ok del governo britannico al referendum voluto dalla Sturgeon e Theresa May ha dichiarato di non ritenerlo una buona idea ma in Scozia il sostegno popolare per l’indipendenza potrebbe rendere impossibile, per il governo britannico, dire di no”. Resta poi l’altro ostacolo rispetto al fatto che una regione, divenuta uno Stato sovrano, dovrebbe fare domanda e ripartire da zero con i negoziati di adesione.

Siria: mons. Jeanbart (arcivescovo greco-cattolico) ai cristiani, “Aleppo vi aspetta”. Progetto “Ritorno” per frenare l’esodo

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 12:41

“Aleppo ti aspetta”. È l’appello che l’arcivescovo greco-cattolico della città martire siriana, monsignor Jean-Clement Jeanbart, lancia a tutti i fedeli per invitarli a fare ritorno nelle loro abitazioni abbandonate per sfuggire agli orrori della guerra che ha visto, dal luglio 2012, la città divisa in due – la zona Ovest, controllata dal governo e quella Est dai ribelli – fino alla completa riconquista delle forze del presidente Assad avvenuta nel dicembre scorso. Oggi la situazione sul terreno va lentamente migliorando, ma come rimarca il metropolita al Sir “manca ancora quella sicurezza necessaria per pensare alla pace in modo duraturo. Nonostante ciò tra la popolazione sembra diminuire la paura di nuove incursioni dell’Isis”.
“Per favorire questo ritorno – rivela il presule – abbiamo lanciato l’appello, ‘Aleppo vi aspetta’, con il quale vogliamo far conoscere il progetto denominato ‘Ritorno’. Si tratta di un’iniziativa che si pone come obiettivo di frenare l’esodo dei cristiani dalla Siria, una vera tragedia per la nostra Chiesa”. Ad Aleppo, prima della guerra (2011), vivevano 185mila cristiani, oggi stime delle Chiese locali parlano di poco meno della metà.
Due le categorie di persone cui il progetto si rivolge: “I più fortunati, quelli cioè che hanno i mezzi per vivere e che non chiedono aiuto particolare e, pertanto, sono in grado di rientrare autonomamente ad Aleppo e coloro che, essendo poveri, hanno bisogno di aiuto materiale di incoraggiamento a tornare. A questi ultimi – sottolinea il metropolita – verrà pagato il viaggio di ritorno a casa e offerto un aiuto per vivere dignitosamente in attesa che trovino un lavoro. Aiuto che potrebbe comprendere, laddove necessario, anche la scuola e l’assistenza sanitaria. Oltre a questo, il progetto ‘Ritorno’ prevede anche un sostegno temporaneo (1 o 2 anni) per pagare l’affitto di una nuova casa nel caso in cui la famiglia che torna avesse venduto la propria al momento di lasciare la Siria”. In poche settimane sono 20 i nuclei che hanno fatto ritorno e mons. Jeanbart auspica che “questi siano un segno di speranza per chi verrà dopo”.

Cile: arcivescovado di Santiago su caso Karadima, “abbiamo sempre cercato la verità”

Agensir.it - Fri, 2017-03-17 12:36

“I gravi atti commessi da Fernando Karadima sono inaccettabili e condannabili da ogni punto vista, e hanno provocato danni e dolore alle vittime, ai vicini, alle famiglie, alla Chiesa e alla comunità”. Lo ribadisce l’arcivescovado di Santiago del Cile, commentando il rifiuto dei giudici cileni di accettare la richiesta di parte civile dalle vittime, con richiesta di indennizzo e accuse ai principali esponenti della diocesi di aver coperto gli abusi sessuali sui minori commessi dall’ex sacerdote Fernando Karadima, la cui colpevolezza è stata riconosciuta dalla Santa Sede nel 2011. “Il proposito dell’arcivescovado – si legge nella nota – è sempre stato la ricerca e l’adesione onesta alla verità”. “La nostra istituzione – prosegue – ha agito in buona fede, sulla base dei precedenti a disposizione, e le autorità della Chiesa di Santiago non sono mai state complici con gli abusi sessuali commessi da Karadima, né tantomeno hanno impedito la scoperta e le sanzioni. È stata la stessa Chiesa a condannare per prima Karadima con i precedenti riconosciuti dall’arcivescovado”. “Il nostro dovere – conclude la nota – è continuare a lavorare per evitare che fatti come questi accadano di nuovo. Ci sarà sempre molto da fare per migliorare. Oggi possiamo contare su più di 5.000 persone formate nella prevenzione degli abusi nella Chiesa di Santiago”.

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